A quattro mani – Racconto vincitore del progetto “Musica in storie 2”

zucchero fornaciariIspirato alla canzone “Con le mani” di Zucchero Fornaciari

Cerco di seguire lo spartito, di far passare le note dalla mia mente alle mie mani senza che i pensieri incappino in brutti circoli, ma non ci riesco. Ci hanno messo contro dal primo giorno. Figlio di musicisti lui, perfetta nullità io, ci siamo diplomati al conservatorio lo stesso anno, entrambi col massimo dei voti. Muovo la schiena assecondando il crescendo. Accompagno gli accordi decisi, cullandoli col dondolio del capo, il flusso di coscienza è inesorabile. Continuo a pensare che fosse destino per noi essere rivali. Due talenti naturali, due carriere da concertisti. Controllo le armonie. Non è solo questione di battere le dita sui tasti e produrre un suono. Il corpo accompagna la nota, la fa vibrare fuori dalla corda del pianoforte. Ci vuole concentrazione e trasporto. Ma torno a perdermi nella matassa dei miei pensieri, in questo amaro macinare di ricordi. Vita più facile la sua, viste le conoscenze familiari, ma potenza espressiva maggiore, la mia; ed eccoci di nuovo testa a testa, a dividerci i palchi e i teatri.
Giro la pagina dello spartito, un attimo perfettamente sincronizzato col resto dei movimenti e dei respiri, in quella frazione di pausa della mano destra. Cerco di rilassarmi, respiro profondamente. Questo è un passaggio chiave del pezzo, c’è potenza e c’è abbandono. Dovrei essere una cosa sola con lo strumento, ma di nuovo mi perdo. Non siamo mai andati d’accordo, anche durante i corsi non avevamo mai legato: troppa rivalità. Ogni sua conquista toglieva qualcosa a me, che devo lottare con le unghie e con i denti per farmi strada in questo mondo.
Non ci eravamo mai veramente pestati i piedi, finora.
Adesso siamo qui, costretti per la prima volta a provare insieme, a dividerci strumento, spartito e palco.
La melodia stride, qualcosa non funziona. Non c’è armonia, non siamo una cosa sola col pianoforte.
Stiamo provando da ore e non riusciamo a combinare niente di buono. Presi insieme siamo proprio scarsi, ci annulliamo a vicenda.
«Al diavolo! Così non funziona!»
Adesso che ha proferito parola realizzo che dopo i saluti non ci siamo detti niente, abbiamo messo le mani sulla tastiera e abbiamo suonato. Ogni tanto ci è scappato meccanicamente un da capo o di nuovo o da qui, ma niente di più.
«Siamo due solisti, che t’aspettavi? L’ultima volta che ho suonato il pianoforte con qualcuno avevo dieci anni.»
Resta un attimo in silenzio, forse ha appena realizzato quello che io ho capito poco fa, poi ribatte:
«Dillo a me, io di solito non voglio nemmeno suonare accompagnato da altri strumenti.»
«Beh, ti bastava mollare l’osso e non insistere per fare il pezzo di chiusura a ogni costo.»
E un sassolino dalla scarpa me lo sono tolto.
«Io non ho insistito per niente! Mi hanno detto che lo dovevo fare e l’ho fatto.»
«Ah, giusto, il tuo insegnante-padre-manager. E opporsi era molto più terribile che restare qui bloccato con me, immagino…»
Mi sono pentita di quelle parole appena le ho dette, ma ormai il danno era fatto.
«Sì, il mio insegnante-padre-manager, quello che pianifica la mia vita in ogni dettaglio. E fidati, se fosse stato semplice, adesso non starei qui con te.»
Touché. Non c’è molto altro da dire, tanto vale tornare alla musica.
«Riproviamo? Più lento dalla quinta battuta, poi in crescendo.»
Accetta di sotterrare l’ascia di guerra:
«Abbiamo poco tempo però, la sala prove sta per chiudere.»

«Non dovresti farci certi lavori con le mani. Se ti tagli rischi grosso.»
«Ragazzo, io non ce l’ho la governante che cucina per me, se voglio mangiare devo cucinare da sola. Quindi ci affetto anche le cipolle con le mie sante manine, e ci preparo una bella frittata!»
Mi guarda perplesso. È rigido nei movimenti, controllato, come se fosse sempre seduto al piano. Anche quando Chopin gli si è strusciato alle caviglie richiedendo attenzioni con le sue fusa, lui è rimasto imbambolato. Gli ho dovuto far vedere come si accarezza un gatto e sembrava terrorizzato che le sue preziosissime mani si potessero rovinare irrimediabilmente.
Mi viene da chiedermi se le usi per qualcosa che non sia toccare la tastiera.
Mangiamo la frittata e due pomodori, perché va bene che cucino, ma mi limito allo stretto necessario per sopravvivere, poi ci rimettiamo al pianoforte. Da me non ci sono vincoli orari per le prove e nessuno ci sta col fiato sul collo.
Stiamo provando insieme da due settimane e le cose sono migliorate, ma qualcosa ancora non va. Presi singolarmente siamo ancora meglio dell’unione delle parti.
La data del concerto al consolato si avvicina e la tensione torna a farsi sentire. Più che la vecchia competitività adesso è frustrazione quella che ci aleggia intorno, fastidio per non vedere miglioramenti nonostante le ore di esercizio e prova.
Stacco le mani dalla tastiera.
«Basta, non ha senso. Lo suoniamo allo stesso identico modo da ore, non cambia di una virgola. Rassegnamoci, più di così non possiamo fare, non ha senso ricominciare ogni volta da capo!»
Lui mi guarda fisso e senza dire una parola mi prende le mani con gentilezza e le tiene tra le sue. Il mio cuore affonda nel petto e poi esplode. Non si fa, non si toccano le mani di qualcuno che sta suonando. Siamo musicisti, teniamo l’anima sospesa in punta di dita. E le sue mani così, all’improvviso…
La presa è decisa ma delicata, lui adesso non guarda più me, ma le nostre mani, come se il resto del mondo non esistesse.
«Sono bellissime, fatte per suonare. Quando le posi sulla tastiera penso che non potrebbero stare da nessuna altra parte se non qui, tra i tasti neri e bianchi. Non volevo rubarti la scena, davvero. Volevo fare come faccio di solito, restare nel backstage e guardare mentre fai le prove o mentre ti esibisci. Mi è sempre bastato quello. È stata davvero un’idea di mio padre, mi dispiace.»
Deglutisco a fatica, domandandomi come sia stato possibile che non mi sia accorta di niente. Il mio cuore è un metronomo impazzito, le mie mani si stringono alle sue, solo allora lui trova il coraggio di voltarsi e mi guarda.
Vedo il ragazzo oltre al collega, all’avversario, al nemico. E forse di quel ragazzo sono sempre stata innamorata senza volerlo ammettere.
Ci baciamo con le dita ancora intrecciate, seduti vicini sul panchetto di legno nero, un bacio delicato quasi adolescenziale. In fondo, è un incontro di mani questo amore.
Le mani si sciolgono e un po’ tremano, l’anima è lì che vibra forte, le bocche si schiudono in un sorriso.
Lui mi aggiusta una ciocca di capelli e nasconde nel gesto una carezza leggera.
«Da capo?»
Mi chiede.
«Da capo.»
Non siamo mai stati di tante parole.

L’autore:

Irene Quintavalle

Questo racconto nasce dal progetto Musica in storie 2 che si propone di unire la passione della musica con quella della scrittura.

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