Pyongyang, di Guy Delisle – Recensione

CoverPyongyang3001-725x1024Titolo: Pyongyang
Autore: Guy Delisle
Editore: Rizzoli Lizard
Genere: Graphic Journalism
Pagine: 184 

Trama (dal sito dell’editore): Componente della triade tristemente nota come “Asse del male”, la Corea del Nord rimane uno dei Paesi più misteriosi e imperscrutabili del mondo. Una nazione-fortezza alla quale (caso raro per un occidentale) nei primi mesi del 2001 Guy Delisle ottiene l’accesso grazie a un permesso di lavoro che gli concede la permanenza nella capitale per due mesi. A capo di una squadra che si occupa della produzione di un cartone animato francese, il fumettista osserva ciò che può della cultura e della vita dei pochi nordcoreani che gli viene concesso di conoscere nonostante tutte le restrizioni; dai suoi appunti di viaggio nasce Pyongyang, uno sguardo chiaro e personale su un Paese enigmatico, chiuso a doppia mandata dall’interno, che vive costantemente all’ombra gigantesca del padre della nazione – il “Presidente Eterno” Kim Il-Sung – e della “sola e unica dinastia comunista di tutti i tempi”.

Recensione:

La dittatura in Corea del Nord mi ha sempre suscitato un misto di orrore e senso di straniamento. È
facile capire il perché della mia prima reazione: le carestie, la totale mancanza di libertà, il lavaggio del cervello, i campi di lavoro in cui vengono imprigionate intere famiglie per un “reato” compiuto da un singolo membro, ad esempio, sono crimini evidenti a cui si reagisce con sgomento. Ma c’è anche un elemento di assurdità che accompagna le notizie provenienti da quel residuato di dittatura da guerra fredda. A volte sono notizie false (basti pensare che spesso le fonti sono cinesi, altro paese che in quanto a stampa non è proprio il massimo), a volte invece soltanto inverosimili ma reali. E fra ex fidanzate e zii dati in pasto ai cani (notizia che pare esser stata smentita), registi di film in stile Godzilla rapiti per dirigere opere di regime (https://www.google.it/?gfe_rd=cr&ei=HMG9U-ePLqLD8gf1mIHIDA#q=pulgasari+full+movie ), membri della dinastia arrestati per essersi introdotti in Giappone con documenti falsi avendo come scopo del viaggio visitare Disneyland Tokyo, e prove tecniche di belligeranza, le vicende nordcoreane che seguo attraverso internet e documentari o pubblicazioni continuano a muoversi in questa scala che va dall’orrore all’assurdo.
Di reportage di viaggi ne ho appunto visti o letti diversi, ma questo di Guy Delisle, canadese residente in Francia (quando non viaggia per il proprio lavoro o per quello della moglie impegnata con Medici Senza Frontiere) è un piccolo gioiello, non solo per l’aspetto documentaristico, ma anche per quello più narrativo.
In particolare l’occhio di Delisle coglie con ironia e intelligenza lo spirito della dittatura, così come appare a noi occidentali e lo fa senza morbosità, ponendosi le domande che vengono spontanee quando si pensa alla Corea del Nord: ma davvero vivono in quel modo? Ma davvero ci credono? O forse lo fanno solo perché incapaci di ribellarsi?
Il suo è un occhio privilegiato perché ha vissuto due mesi a Pyongyang, capitale del regime, grazie a un permesso di lavoro. Perché l’occidente che sposta le produzioni in paesi dove il costo della manodopera è basso pare non aver limiti di coscienza. Non è inquietante pensare che i cartoni animati che passano in tv potrebbero esser stati prodotti in Corea del Nord?
Delisle deve appunto supervisionare la produzione di un’animazione e raggiunge i pochi occidentali di Pyongyang, munito di una copia di 1984 di Orwell, alloggiando in un hotel grattacielo isolato dal resto della città, potendosi muovere soltanto accompagnato dalla guida o dall’interprete, visitando solo determinati siti di glorificazione del regime e non avendo nessun contatto con la gente del posto, esclusi quelli di lavoro, che sono però a prova di straniero.
Il mondo che ci mostra è alienante, oppresso dall’onnipresente effige/ritratto/spilletta/gigantesca statua di bronzo o di cera dei Kim, ma le scene del fumetto hanno una spontaneità che guida il lettore a scoprire quel poco che si può vedere senza alcuna pesantezza, stemperando con molti momenti divertenti e altri persino poetici, come la tartaruga che galleggia immobile nell’acquario, nel ristorante dell’hotel; ogni volta che compare le scene sono mute, senza dialoghi o didascalie, è ovvio che l’animale non parli, ma tutto tace, rimane solo la potenza dell’evocazione: un senso di solitudine fortissimo, una tristezza che da metaforica diventa reale, totale e struggente.
Eppure è l’ironia l’arma vincente di Delisle, un’ironia che nasce dalla semplicità con cui si avvicina a quello che vive, senza una pretesa da sociologo, o da intellettuale, tramutandola in scene che stupiscono, fanno sorridere e insieme riflettere.
Si legge con interesse e con curiosità questo fumetto-finestra di un mondo blindato, fino alla fine. Di certo mi procurerò le altre sue opere, ambientate in altri paesi critici del mondo.
Consigliatissimo.

Voto: http://escrivere.com/wp-content/uploads/2014/03/timbro1.jpg

La recensione che avete letto è opera di Nerina.

7 thoughts on “Pyongyang, di Guy Delisle – Recensione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *