Interrotto – Racconto vincitore del Contest primaverile

Immagine di: nuzrath nuzree
Immagine di: nuzrath nuzree

Tiziano apre la finestra e viene subito investito da un’esplosione di gelsomini in fiore. Rimane stordito qualche minuto; fissa la siepe che recinge il suo giardino, puntellata di fiori bianchi. Appoggiato coi gomiti sul davanzale, si passa una mano sulla testa canuta e la strofina un paio di volte, prima di raddrizzarsi con gli occhi spenti e sussurrare solitario “Ciao bello”. Lascia i vetri aperti e scende dabbasso, nella penombra delle scale.
La casa sembra immersa nel sonno, vecchi mobili di campagna, scuri con pochi soprammobili, qualche foto: la sua Rita sorridente che abbraccia Ettore ancora cucciolo. La pendola, sull’antica madia, ticchetta e insegue il tempo con il suo lento oscillare. Nell’angolo la cuccia vuota, con una copertina semidistrutta. Tiziano si trascina in cucina con poca energia e prende la moka, la svita lentamente, mette l’acqua nel serbatoio, il caffè nel filtro e, ricomposta la macchinetta, la posa sulla fiamma bassa. Con gesto meccanico toglie la polvere di caffè con lo straccio di Rita e un’eco si accende nella sua testa: “Dai, su, l’ho messo ora pulito, prendi la spugnetta”. Tiziano con la mano dà dei colpetti sullo straccio, come per rimediare. Le ciotole di Ettore, vuote, sono ancora lì accanto al frigorifero, intollerabile ogni spostamento. Si adopera con determinazione per lasciare tutto com’è. La vita è andata in pausa un giorno di inverno e da allora lui aspetta con l’anima interrotta.
Gli occhi di Tiziano si posano sugli utensili di Rita, sugli allegri addobbi della cucina, sui loro due cellulari spenti, per sempre, così ha deciso. Alle sue spalle il caffè sta bofonchiando e l’aroma si spande nel suo cuore, in quel momento non si sente più solo.Affacciatosi sulla porta del giardino, guarda di nuovo verso la siepe dei gelsomini, dove fa angolo; diversi uccelli cinguettano, poi osserva il prato pieno di margherite e pensa che sono belle così, si chiede perché falciarlo. Ordine e sregolatezza si alternano nelle sue giornate con estrema facilità. Guarda in alto e non c’è sole, il cielo è carico di nubi scure, trascinate da un vento leggero verso il monte vicino. I colori sono più vivaci, l’aria è fresca e pulita, gli sembra di poter vedere i singoli alberi sulle pendici e tutto gli sembra più vicino di quanto non lo sia in realtà. Strano l’effetto della luce, quella mattina.
Tiziano fa il giro della casa e va verso il capanno degli attrezzi, entrando vede subito al centro la palla sgonfia di Ettore, sporca di terra, la supera e prende la zappa. Fa il giro della casa e osserva il rettangolo di terra dove aveva progettato di fare l’orto. Si mette in posizione e solleva la zappa, fa cadere il primo colpo con forza e uno sbatter d’ali proietta verso il cielo un misto di passeri e tordi. Sposta le zolle e ogni affondo successivo esprime la verità che non sa dire. Un colpo contro Dio, un colpo contro chi ha colpa, un colpo contro il dolore e l’aria si impregna di terra umida, rivoltata e ferita. Il volto di Tiziano si increspa di dispiacere. Non sa cosa seminerà.
Il telefono di casa squilla, un trillo forte e insistente. Tiziano si interrompe e respira come se avesse trattenuto il fiato fino ad allora. Va a rispondere, lasciando la porta di casa aperta.

– Pronto?
– Pronto, buongiorno. Mi scusi, lei non mi conosce…
– Chi parla?
– Mi chiamo Andrea Salani. Ho trovato il suo numero su un volantino attaccato. È da ieri che la cerco, ho provato sul cellulare ma è sempre spento, allora ho provato sul numero di casa. Mi scusi.
– Di che volantino parla?
– Quello del cane, Ettore. Ha perso il cane, giusto? Ecco, credo d’averlo visto, più volte.
Tiziano con la cornetta in mano guarda verso la finestra dell’atrio. I gelsomini sono ancora lì.
– Si sbaglia. Ettore è morto. Tre mesi fa.
– Ah, davvero? Mi dispiace. Ero convinto che… Ecco, insomma era uguale. Pensavo fosse lui.
– Le dico di no. Buongiorno.
Tiziano attacca la cornetta con nervosismo. Torna in giardino e respira il profumo dei gelsomini, turbato.
Riprende a zappare il terreno. “Era uguale”. Agitato, non riesce a calmarsi. Rivolta le zolle con foga. “Pensavo fosse lui”. Si asciuga il sudore e si ferma a pensare. “Un volantino”.
Tiziano lascia cadere la zappa e torna dentro. Si dirige in cucina e guarda i due cellulari. Prende il suo e in qualche modo si sente come se stesse abbandonando sua moglie. Non ha il coraggio di accenderlo. Poi pensa alla possibilità di ricevere altre telefonate come quella e contrariato lo riaccende.
Ripreso campo, il cellulare viene tempestato da una serie di avvisi di chiamate perse, con le relative date. Le scorre velocemente fino all’ultimo giorno e nota un solo numero che si ripete. Dev’essere il Salani. Lo chiama. Squilla libero. Risponde:
– Pronto?
– Sì, mi scusi.- riprende fiato, cercando un tono gentile – Mi ha chiamato lei, poco fa.
– Ah, sì. Mi dica – un po’ sulla difensiva.
– Sa, lei mi ha sorpreso, non me l’aspettavo. Non volevo essere… Insomma così.
– Lasci stare, non importa.
– Vede, Ettore è morto tre mesi fa, l’ha preso una macchina ed è finito in un campo. Avevo già perso mia moglie mesi prima e… Non so più trattare con le persone.
– Capisco, non si preoccupi, – la voce è ora più conciliante – ho aperto una ferita e mi dispiace.
Ho trovato il volantino e quando ho visto la foto mi era sembrato di riconoscere subito il cane, così le ho telefonato.
– Ecco, il volantino, l’ho chiamata per questo. Può dirmi dove l’ha trovato? Pensavo di averli tolti tutti.
– Era attaccato a un lampione, in uscita dal paese, dopo il curvone, al campo del Soderi.
Tiziano rimane in silenzio.
– Pronto? C’è ancora?
– Sì. Ci sono. Ettore è morto in quella curva. Lo portavo al campo del Soderi ogni mattina, lì poteva scorrazzare libero. Chissà di chi è il cane che ha visto.
– A questo punto non lo so più. Peccato.
– Già.
– È un volpino color crema, come il suo, sembra un randagio, è tutto sporco. La prima volta che l’ho visto è stata due giorni fa: mi ha tagliato la strada mentre guidavo, trottava davanti a me velocissimo. Sembrava che non gli importasse di avere una macchina dietro. Mi ha costretto ad andare piano perché ogni tanto si spostava nel centro della carreggiata.
Solo dopo un po’ ho potuto superarlo e l’ho guardato nello specchietto retrovisore. Non rallentava e sembrava che avesse da fare qualcosa di urgente, con la bocca aperta e la lingua tremolante. Me lo sarei caricato in macchina da quanto era simpatico, con quel cravattino scuro.
Tiziano trasalì.
– Cravattino?
– Sì, aveva una macchia più scura sotto il muso, sul petto. Sembrava una cravatta.
– Anche Ettore…
– Sì, ho visto la foto. Per questo quando sono passato davanti al volantino ho preso il suo numero. Sembrava lui.
– L’ha rivisto?
– Sì, ieri mattina, da lontano. Ero a piedi. Ho cominciato a seguirlo, speravo di prenderlo. Andava verso il campo che le dicevo, ma poi l’ho perso di vista. Ora mi scusi, devo lasciarla. Mi dispiace davvero di averla disturbata.
– No, mi scusi lei. Grazie comunque.
– Arrivederci.
– Arrivederci.
Tiziano posa la cornetta. Fa male il ricordo. Desidera che il cane della telefonata sia il suo, ma sa che non è possibile. Di nuovo con la memoria solleva il corpo di Ettore dal fossato, come un fantoccio pesante. Nessun movimento, nessuna ribellione, nessuna scossa di vita. Svuotato d’amore e calore.
Tiziano siede nel buio dell’ingresso, vicino alla cuccia e singhiozza cercando fuori, con lo sguardo, i gelsomini sotto i quali è sepolto.

Al tramonto Tiziano si lascia il cancello di casa alle spalle. Attraversa il paese e prosegue per le strade che era solito fare con Ettore. Effettua le stesse soste e, man mano che avanza, il percorso si rivela sempre più difficile. Le case cominciano a diradarsi e si ritrova lungo la strada che porta fuori dal paese. Non ha voglia di ripassare da quella curva, ma deve andare a staccare l’ultimo volantino.
Tiziano vede le nubi color indaco accendersi di rosa e violetto verso l’orizzonte, osserva i campi di grano, ancora verdi, tentennare nella brezza. Vede galleggiare macchie di papaveri, imitati da genziane e carote selvatiche. Accarezzato da tanta bellezza il cuore gli si addolcisce. Rivolge lo sguardo verso lo stradone e a circa metà della sua lunghezza, lo vede: un volpino color crema che lo sta fissando.
– Oh! Ettore.
Sa che non è lui, ma non vuole crederlo. Affretta il passo, cercando di raggiungerlo, ma il cane riprende la sua strada, fermandosi ogni tanto a segnare il territorio e a curiosare lungo il margine della strada. Tiziano sente crescere dentro di sé l’emozione e l’ansia. “Cosa sto facendo?” quasi corre. Non può impedirselo. La strada è pericolosa e il volpino si sta dirigendo verso la curva. Se sbucasse una macchina sarebbe pericoloso, in quel punto allargano sempre, lo sa bene.
– Ehi, bello! – cerca di attirare la sua attenzione, poi fischia.
Il cane si ferma e gira la testa, poi il resto del corpo e Tiziano riesce a vedere la macchia sul petto. Il suo cuore ha un tuffo.
– Ettore!
Il cane dopo aver aspettato qualche secondo, riprende a trotterellare, mentre Tiziano lo insegue sempre più affaticato.
– Aspetta! – e fischia, ma il volpino non si gira più, sembra quasi accelerare. Arriva in un baleno al curvone. Tiziano continua a correre. Quello che crede il suo Ettore si ferma sotto al grande leccio che domina la curva a gomito; siede in attesa di essere raggiunto e quando Tiziano arriva a circa una ventina di metri lo fissa stupito. Il suo Ettore è malconcio, ma bellissimo. Il cane abbaia una sola volta, poi fa un salto e scompare dentro il fosso. Tiziano accelera, raggiunge il punto della curva dove è sparito, scende nel fosso, e preso dallo sconforto si lascia cadere seduto, per il nervoso strappa dei fiori da un cespuglio di erica, è rosso in faccia e respira a fatica, si sente vecchio. Davanti a sé vede un collare rosso, lo riconosce. Osserva la medaglietta con il nome di Ettore penzolare, ma non fa in tempo a riconciliarsi con la realtà che subito sente un latrato, come di un cucciolo. Con le mani si apre un varco in mezzo all’erba alta e vede spuntare un cucciolotto magrolino, tutto nero. Seduto sulle zampe posteriori, l’animale lo fissa con occhi e naso lucidi. Tiziano vede subito che non ha collare e il pelo non è al massimo, chissà da quanto tempo è lì. Il piccolo si rizza in piedi e gli abbaia scondinzolando, ma subito dopo gli viene da sbadigliare e ricade seduto mettendo in bella mostra sul petto una macchia bianca a forma di cravatta.
Tiziano prende il cucciolo tremante tra le braccia e gli parla dolcemente: – Non sei più solo, tranquillo.
Risale dal fosso col petto riscaldato dal calore del piccolo corpo e lo accarezza con mano delicata e dolce, avverte il battito accelerato del cucciolo. Il piccolo alza la testa per guardarlo, Tiziano incontra i suoi occhi e vi rimane incatenato per un po’. Poi osserva la distesa di grano verde ondeggiare. Di Ettore nessuna traccia. Si infila in tasca il collare rosso e parlando con aria bonaria al cane, riprende la strada verso casa.

Tiziano è in casa con Achille. Il cucciolo ha recuperato un po’ di peso e ha un bell’aspetto. Non sta fermo un attimo, in attesa della passeggiata quotidiana, scorrazza tra casa e giardino senza tregua. In casa si è già appropriato della cuccia e le ciotole in cucina non sono mai vuote, neanche il pavimento è più vuoto, biscottini sparsi, la coperta strascicata, il rotolone della carta frammentato in tanti pezzi di grandezza variabile. Camminare in casa per Tiziano è diventato un percorso a ostacoli. Gli strofinacci di Rita sono sparsi un po’ ovunque, trascinati, strappati, annodati, biascicati. Si è appena fatto il caffè e Achille ha finito ora di bere dalla sua ciotola schizzando un po’ dappertutto. È corso fuori seguito da Tiziano che schiaccia biscottini a ogni passo.
Achille percorre tutta la siepe dei gelsomini abbaiando agli uccelli, poi si ferma all’angolo dove è sepolto Ettore e segna il territorio con un getto di pipì.
– Achille!
Tiziano fa un paio di passi verso il cane che scappa subito, rintuzzato sulle proprie zampe, poi riprende a trottare allegro verso il capanno degli attrezzi. Ne esce con una palla sgonfia tra i denti e gliela molla ai piedi, poi lo fissa scodinzolando.
Tiziano posa il caffè su un davanzale, prende la palla e ripensa a quando si parava di fronte a Ettore e gli grugniva contro agitandogli la palla davanti, da una mano all’altra, per sfidarlo al gioco. Ettore sulle prime scappava impaurito. Solo dopo qualche tentativo capiva che era uno scherzo.
Tiziano comincia ad agitare la palla sudicia davanti ad Achille grugnendogli contro e aizzandolo.
– Forza su. Fammi vedere che di che pasta sei.
Achille con le orecchie ritte, schiaccia il muso a terra, girando la testa ora verso destra, ora verso sinistra. Poi con un balzo addenta la palla che ancora si trova stretta nella mano di Tiziano. Tiziano non la molla, Achille nemmeno e più tira, più ringhia con insistenza. Tiziano sorpreso dalla testardaggine del cucciolo scoppia in una bella risata aperta e gli lascia distruggere la palla. Poi gli si avvicina e messogli il collare, lo avvisa:
– Adesso, bello, andiamo a vivere.

Il racconto che avete letto è opera di Immanente ed è risultato il migliore del Contest Primaverile 2014. Il tema da seguire era stato scelto da Jonfen (vincitore del Contest Invernale dello stesso anno).
La traccia scelta da Jonfen, e poi rielaborata dallo staff, era: Rinascere a Primavera.

Il tema era: la rinascita.
Che fosse reale, metaforica o spirituale.
La boa obbligatoria da inserire era: ci deve essere un inseguimento o un viaggio.
Anche il viaggio poteva essere inteso sia metaforicamente che realmente.
E l’inseguimento poteva essere visto sia con gli occhi dell’inseguitore che dell’inseguito.
I racconti non dovevano superare i 15.000 caratteri, spazi inclusi, con un margine di tolleranza di 200.

Pensi di riuscire a fare meglio di Immanente?

Allora iscriviti e partecipa al prossimo contest!

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