Recensione: Cazzimma, di Stefano Crupi

cazzimmaTitolo: Cazzimma
Autore: Stefano Crupi
Editore: Mondadori, 2014

Pagine: 250
Edizione: cartacea
Prezzo: 16 euro

È un libro che ti prende Cazzimma, romanzo d’esordio di Stefano Crupi.
Devi leggertelo fino alla fine e arrivare ai ringraziamenti per capire da dove ha preso l’idea: un articolo del giornalista napoletano Giuseppe d’Avanzo, che dalle pagine di La Repubblica scriveva: “Napoli, tra i ragazzi che dicono ‘siamo camorristi nella capa’. Viaggio fra i giovani della città, dai quartieri del centro alla periferia: gli antichi vizi e le nuove abitudini di una generazione smarrita”.
Il libro ti ci porta, in quei vicoli dove le finestre hanno occhi muti, tra quei ragazzi perduti che non conoscono altro che la violenza del più forte o la sottomissione del più debole, dove la cazzimma è tutto, anche per te – lettore che vieni da un mondo completamente diverso e ti avvicini a questo libro senza avere la più pallida idea di cosa significhi.
La cazzimma, spiegata a uno che non ne ha idea da uno che l’idea se l’è fatta leggendo il libro, è avere le palle. Ma non è coraggio. Il coraggio è qualcosa di nobile, se Ambrose Redmoon sosteneva che “il coraggio non è l’assenza di paura, ma piuttosto il giudizio che c’è qualcosa di più importante della paura”, la cazzimma è l’esatto opposto: è vivere costantemente a braccetto con la paura, sapere che la paura è l’unica cosa che può tenerti vivo; è essere consapevoli che non c’è spazio per rilassarsi, che alla prima distrazione un pesce più grosso, più cattivo o più opportunista di te sarà pronto a divorarti.
Per questo devi essere sempre il ceffo più grosso, cattivo, opportunista, cinico e spregevole del gruppo: solo così verrai rispettato e temuto. Un uomo senza paura è un uomo morto nei vicoli di Napoli. Per non essere sopraffatto e annientato deve essere il primo a schiacciare gli altri, ringhiando per far vedere bene i denti.
Questo è un pregio del libro, ti porta subito in quella condizione mentale, ti lega ai personaggi, te li rende umani; sono tutti uguali e sono tutti diversi, ognuno sbandato a modo suo. Ci sono le madri, ognuna disperata a modo suo. Non ci sono i padri. E nei rari casi in cui il padre è presente i figli hanno meno midollo, come se la presenza di un padre che ti protegge faccia sì che tu abbia meno paura.
L’altro lato positivo è che vuoi sapere come gli eventi si sviluppano. Sei portato da una situazione all’altra in un dedalo di destini che si incrociano come le vie di Napoli.
Qui però si trova anche uno dei problemi. Perché se per buona parte del libro la trama regge bene e vuoi saperne di più, da un certo punto in poi diventa un susseguirsi di vicende inverosimili; inoltre c’è la tendenza a lasciare i colpi di scena in sospeso per poi far spiegare ai personaggi l’accaduto in seguito, sbrigandosela in fretta e in maniera un po’ troppo “comoda”. Le situazioni diventano troppo finte, alcune cose rimangono senza spiegazione e la redenzione dei personaggi è così immediata da non risultare credibile: nella prima parte del libro questi ragazzi fanno delle cose orribili solo perché possono, solo perché li fa sentire potenti, poi si passa attraverso un processo catartico emotivamente forte, certo, ma non tale da giustificare un completo stravolgimento in quell’essere “camorrista nella capa” di cui si parlava all’inizio.
Un altro punto problematico del libro è lo stile: non esiste discorso diretto e la gestione del PdV lascia spesso a desiderare.
In definitiva è un libro che parte bene, ma poi perde efficacia. Mi è piaciuto molto l’inizio, il modo in cui l’autore ha saputo ricreare l’ambiente, come ha saputo trasportare un lettore completamente alieno a quel contesto, nella storia e nelle storie dei vari personaggi.
Mi è piaciuto di meno come ha gestito lo svolgimento delle trame, ho avuto l’impressione che usasse la tecnica “costruisco una cosa, la distruggo e vado avanti costruendo una cosa nuova” come motore degli eventi, che non sempre apprezzo come modo di narrare.
Perché se devi scrivere una saga in dieci volumi posso anche capire la necessità di aprire e chiudere storie, spostare i pezzi: sono storie che hanno bisogno di respiro e gestiscono un gran numero di personaggi. In un libro da 250 pagine con un numero limitato di personaggi non ne vedo proprio la necessità. Ma forse è questione di gusti.

Voto: 3Stellina-nuova
timbro1

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La recensione che avete letto è opera di Irene Quintavalle.

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