Inuyasha, di Takahashi Rumiko – Recensione

Titolo: Inuyasha
Autore: Takahashi Rumiko
Editore: Star Comics
Volumi: 67
Uscita: 2001-2009

Trama:
Kagome Igurashi è una normale studentessa dei nostri tempi che, il giorno del suo quindicesimo compleanno, attraversa un pozzo magico in grado di riportarla all’epoca Sengoku e, per salvarsi dall’attacco di un demone, spezza la maledizione che imprigionava il mezzo spettro Inuyasha. L’obiettivo del demone è la sfera degli Shikon, artefatto di rara potenza misteriosamente nascosto nel corpo di Kagome, che la ragazza con un freccia manda in frantumi.
Lei e Inuyasha si mettono alla ricerca delle schegge sparse per il paese, condividendo il loro viaggio con amici e nemici, scoprendo sempre più il disegno della ragnatela che lega tutti loro alla sfera e al malvagio Naraku, colui che nell’ombra li manovra come burattini per impadronirsene.

cast

Recensione:
A cinque anni esatti dalla conclusione di questa serie (maggio 2009) ho deciso di riprenderla in mano e rileggerla tutta, più che altro per ricordare come mai mi aveva lasciato tanto insoddisfatta la prima volta e per dare un senso alle – tante – opinioni negative sentite in questo lasso di tempo.
Quello che ho ritrovato è un fumetto complesso, strutturato, ricco di documentazione e di studio delle parole, dalla trama intricata, dai personaggi sfaccettati, in poche parole uno shonen (banalmente, “per ragazzini”) che vira troppo al seinen (“per adulti”, non in senso pornografico) per poter essere apprezzato appieno dalla categoria di riferimento.
Assomiglia molto più alle serie brevi di Takahashi – soprattutto a Il bouquet rosso – permeate da una visione così “giapponese” da risultare quasi incomprensibili al pubblico italiano, che non alle altre serie con cui è divenuta famosa in tutto il mondo, Ranma ½, Lamù e Maison Ikkoku.
Mentre queste ultime fanno leva sull’umorismo spicciolo, le gag forzate e i personaggi volutamente ridicoli per conquistare ampio pubblico, le serie brevi ruotano attorno al delicato equilibrio tra obbligo e volontà – il conflitto tra giri, il dovere, e ninjo, i sentimenti, presente nella letteratura (e nella mentalità) giapponese fin dai suoi albori – spiano nell’animo dei personaggi con occhio discreto, dedicano ampio spazio alla quotidianità e alla rete delle relazioni sociali.
Inu yasha è uno shonen, pensato per un pubblico giovane, quindi ha tutti gli elementi “leggeri” imposti dal genere: combattimenti a ripetizione, un percorso di rafforzamento del protagonista, battutine stupide e battibecchi tra innamorati, esplosioni, supercattivi e vecchietti rugosi. Ma ha anche un lato seinen, fatto di dubbi, drammi, personaggi mai del tutto buoni o del tutto cattivi, motivazioni forti che spingono ad agire, scelte difficili e sentimenti contrastanti.

Takahashi in questa serie arriva a delineare, tra primari e secondari, ben 17 personaggi; innumerevoli sono poi i comprimari, gli “sporadici”, i nemici occasionali e le comparse. Ognuno di questi 17 ha un “background” solido, ampio e realistico sul quale evolve col progredire della storia, ognuno di essi ha un elemento che il lettore può riconoscere e in cui può immedesimarsi, tutti si muovono sul confine sottile che sta tra ragione ed emozione, sbilanciandosi spesso, a seconda degli eventi e del contesto, proprio come fanno le persone vere.
Risulta impossibile etichettare il cattivo come “cattivo e basta”, l’amore perverso che lo spinge ad essere così cattivo è troppo umano per non provare empatia, il senso di sconfitta che lo porta ad accanirsi sui buoni è troppo umano per non provarne pena. Allo stesso modo il fratello stronzo è violento, vendicativo e presuntuoso, ma anche compassionevole, profondamente ferito dalle scelte del padre, forse addirittura innamorato. Il triangolo amoroso tra il mezzo spettro, la sacerdotessa che morì per lui e la ragazzina che vuole vederlo felice è profondo, complesso, inestricabile, fatto di sensi di colpa, di gelosie profonde, di egoismo, quanto di più lontano si possa immaginare quando si pensa “storia d’amore per/tra adolescenti”.
Pur rimanendo nelle maglie strette del genere shonen, pur restando un prodotto “leggero”, questo manga esplora una vastissima gamma di sentimenti umani, e lo fa con incredibile intensità.

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L’altro lato della medaglia è che, per dare spessore a così tanti personaggi, per rendere la sua storia ricca e imprevedibile e piena di punti di vista differenti (nonché, con molta probabilità, per sfruttare fino all’osso una serie dall’ampio consenso in patria e guadagnare il più possibile), Takahashi ha esagerato. Ha inserito una quantità insopportabile di nemici, sfide, trasformazioni, poteri da acquisire, bruschi cambi di direzione nella storia, luoghi, oggetti, problemi e conflitti, così tanti da sfinire anche il lettore più affezionato.
Avendo delineato una trama di eccezionale linearità, con un unico villain attorno cui si riuniscono tutti i personaggi, ha dovuto inventare secchiate di tirapiedi, emanazioni, personalità e burattini mossi dal supercattivo, ognuno con il suo spazio e le sue motivazioni, creando così una delle venti serie più lunghe della storia del fumetto di cui un buon 40% si poteva obiettivamente evitare.

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Non mancano inoltre degli svarioni colossali, alcuni nati da questa eccessiva prolissità, come la lunga battaglia di Naraku contro una delle sue emanazioni per recuperare qualcosa che ha cercato di eliminare dal proprio corpo per i quaranta tankobon precedenti, altri dagli stereotipi previsti dal genere, come Kagome che gira con uno zaino pieno di medicinali, cibo, libri, sacco a pelo e anche pigiama, ma poi girovaga tra fango e sangue con la divisa scolastica, che in teoria le serve intatta quando torna nel suo mondo.
Un altro elemento che, a mio parere, non ha permesso al pubblico italiano di amare senza riserve questa serie è l’ambientazione, unita a una ricerca dei nomi che da noi non è comprensibile. Takahashi, per una volta, non pensa al pubblico d’oltreoceano e basa la sua storia su credenze religiose, pantheon di divinità e spiriti, concezioni di immortalità dell’anima e di aldilà, credenze popolari e tradizioni che hanno senso solo in Giappone, e che solo i giapponesi possono riconoscere a ogni pagina.
A noi sono arrivate delle traduzioni che, per quanto ben fatte, non possono rendere il senso di un kanji scritto in un certo modo, o di un determinato modo di parlare, o di un particolare abito. Sono tutti dettagli che un non-giapponese, a meno che non li abbia studiati o vissuti, semplicemente non nota. Ed è un peccato, perché Inuyasha trabocca di questi dettagli, ne è pieno, e ne trae un’ulteriore forza narrativa.

Infine, credo che tanta parte dell’odio espresso verso questa serie sia colpa dell’anime che ne è stato tratto, quello arrivato in Italia sotto forma di cartone animato a puntate. Come se non bastasse la lunghezza di per sé eccessiva e forzata del manga, l’anime è stato ulteriormente allungato, riempito di puntate cosiddette “filler” per mancanza di materiale, e ha amplificato senza ritegno quelle scenette umoristiche che nel manga sono solo un simpatico contorno.
Il risultato è una sfilza di puntate tutte uguali, piene di pugni in testa, urla e pianti isterici, con dei personaggi che sembrano non avere un senso se non quello di fare a fette qualcosa o qualcuno e una trama inesistente. Non mi sorprendo quando leggo parole di disprezzo in molti blog.

A conti fatti, questa non è una serie che consiglio di comprare. Il rischio di odiarla per aver visto l’anime è forte, è molto lunga e di conseguenza molto costosa, e non è detto che si possa apprezzare pienamente il mondo che ritrae.
Ma consiglio a chi ha avuto la folle idea di comprarla, all’epoca in cui uscì, di tenerla da conto, non venderla, lasciarla riposare in libreria. E magari riprenderla in mano quando non si sarà più ragazzini, per vedere finalmente quel lato adulto che la rende una serie eccellente.

Voto: 4Stellina-nuova11timbro1

La recensione che avete letto è opera di Bee.

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