Recensione: Stanza, letto, armadio, specchio – di Emma Donoghue

imagesTitolo: Stanza, letto, armadio, specchio
Autore: Emma Donoghue
Editore: Mondadori
Pagine: 341

Trama (dal sito dell’editore): Jack ha cinque anni e la Stanza è l’unico mondo che conosce. È in quel luogo chiuso all’esterno che è nato e cresciuto, è lì che vive con Ma’, senza esserne mai uscito. Con Ma’ impara, legge, mangia, dorme, gioca. I suoi compagni sono gli oggetti contenuti nella Stanza, si chiamano Letto, Specchio, Piumone, Labirinto. Di notte a volte Ma’ lo chiude dentro Armadio e spera che lui dorma quando Old Nick viene a farle visita.
La Stanza è la casa di Jack, ma per Ma’ è la prigione dove Old Nick la tiene rinchiusa da sette anni. Grazie al suo amore e alla sua determinazione, Ma’ ha creato per Jack una straordinaria possibilità di vita, gli ha costruito intorno un mondo forse migliore del nostro.
Per lui non esiste altra realtà, e quella che filtra dalla Tv non esiste davvero. Però Ma’ sa che non potrà mai essere abbastanza, né per lei né per Jack. E così escogita un piano per fuggire, contando sul coraggio di quel bambino un po’ speciale, e su una buona dose di fortuna.
Ma non sa quanto sarà difficile il passaggio da quell’universo chiuso al mondo là fuori…

Recensione:

Non mi piacciono le storie troppo dolorose, o meglio, ho sempre paura che la narrazione diventi morbosa e vischiosa, poco filtrata dall’invenzione che ritengo meno pesante. Ci sono scrittori di cui mi fido perché il loro sguardo mi permette di calarmi nei posti più oscuri senza pentirmi di averlo fatto, ma Emma Donoghue era una sconosciuta per me. È anche difficile che mi piacciano i casi letterari e questo, a suo tempo, lo è stato. Ciò che mi ha convinta alla lettura di questo libro è stato il titolo italiano (ebbene sì, per una volta lo preferisco all’originale Room): Stanza, letto, armadio, specchio. Parole comuni che mi ricordavano una filastrocca, oggetti familiari, rassicuranti rimandi alla semplicità della vita di casa. Ma che magari nel buio possono diventare cose paurose. Penso che, quando non è fatto per pura spettacolarizzazione, lo sguardo sui bambini sia molto più interessante di quello che mette in scena gli adulti, soprattutto in certe trame. Di sicuro la prigionia di un’adulta non mi avrebbe spinta a leggere il romanzo, ma immaginare come la mente di un bambino potesse reagire alla vita rinchiusa in quattro pareti – tutta la sua vita – è stata la seconda molla che mi ha convinta ad aprire il libro. Perché avere il privilegio di assistere ai ragionamenti infantili è uno degli spettacoli più belli che ci siano. Adoro il funzionamento della mente dei bambini, la capacità di costruire significati con curiosità, similitudini egocentriche, fantasia e ingenuità. Purtroppo non tutti gli scrittori lo sanno fare, molti trasformano la dolcezza in miele, la paura diventa patetica, pietosa, così come tutti gli altri sentimenti vengono rovinati e perdono la loro forza. Emma Donoghue se l’è cavata alla grande. La prima metà del libro è una sfida: rendere mondo una semplice stanza, non annoiare il lettore dovendosi muovere in pochi metri quadrati, senza la possibilità di prendere dal di fuori paragoni e significati. E funziona benissimo, il libro coinvolge parecchio, difficile interrompere la lettura. È insieme interessante e intenso.
Perché la trama è comunque cattiva e se da un lato vedere come il piccolo Jack e la sua Ma’ organizzano le proprie giornate, i giochi che fanno, l’entusiasmo del bambino, le sue arrabbiature, l’amore fra i due, è appunto interessante e tenero, dall’altro sappiamo che si sta commettendo un crimine, che manca la libertà, la possibilità di conoscere e avere quello che tutti i bambini conoscono e hanno. Questi due aspetti insieme rendono il libro molto emozionante. Il rapporto fra Jack e la mamma è una scoperta e una sorpresa, quello che non mi aspettavo dalla lettura, ma che invece mi ha toccata e commossa. Dolce e struggente senza diventare patetico, è uno splendido esempio di simbiosi, fa riflettere, fa commuovere vedere l’ingegnosità della ragazza che crea un mondo per il suo bambino. È toccante come siano tutto l’uno per l’altra, ed è realistico pur nell’eccezionalità della situazione. Al bambino la Stanza non appare opprimente, è il suo mondo, tutto ha un nome, tutto è familiare e amico, chiama gli oggetti come fossero persone: c’è Letto, c’è Lucernario, ci sono Tappeto e Pista. Fuori c’è Cosmo. Ma c’è anche Old Nick che la notte viene a trovare Ma’, e lei che ha sempre protetto il suo bambino sa che l’unica cosa da fare per il figlio, adesso, è tentare una fuga spavosa (spaventosa e coraggiosa, nel linguaggio delle parole sandwich che divertono i due). Il libro raggiunge forse il climax troppo presto e nella seconda parte perde potenza pur restando interessante perché ormai i personaggi sono parte di noi e li accompagneremo fino al termine della storia, in quel fuori che appare a Jack e al lettore troppo dispersivo.
In ogni caso, un libro che consiglio.

Voto: 4Stellina-nuova11

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La recensione che avete letto è opera di Nerina.

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