Verso casa – Racconto vincitore del Lab di Gennaio 2014

Una caverna
Caverna sotterranea

VERSO CASA

Si può chiamare casa un luogo in cui non si è mai stati?
Un puntino rosso compare sul monitor della cabina di pilotaggio.
«È il Sistema Solare.»
Sento appena le parole di Aquila, soffocate dal rimbombo del mio cuore, che ha preso a correre non appena la lucina ha cominciato a pulsare. Però scorgo un accenno di lacrime nell’unico occhio della mia timoniera, nonostante la sua voce non tradisca emozioni. Al contrario dei suoi gesti. La mano si muove incerta a sistemare la benda sull’orbita vuota e le labbra scurite dal trucco si serrano in una linea dura.
Al fianco di Aquila, muto come solo chi non ha mai parlato sa essere, Usignolo aumenta la potenza dello SpazioScanner, minimizza la dispersione del segnale ed elimina gli artefatti. Ogni suo movimento, benché rapido come le beccate dell’uccello terrestre di cui porta il nome, è per me un’agonia. Voglio vederla. Ora che sono così vicino, ora che ho attraversato mezzo Universo Conosciuto. Voglio vederla ora.
Quando infine Usignolo schiaccia il pulsante per la Ricostruzione 4D, la sfera infuocata del Sole arde al centro della navicella spaziale, immensa e impetuosa.
Trattengo il fiato per un riflesso incondizionato che deve avere qualcosa a che fare con la meraviglia o la paura, forse lo stesso che mi fa sudare i palmi delle mani, strette attorno ai braccioli della Sedia a Levitazione come speranze aggrappate a sogni.
Non posso alzarmi in piedi neanche volendo, eppure faccio un balzo quando Usignolo riduce lo zoom e nel campo entra il globo azzurro della Terra.
Casa.
Si può chiamare casa un luogo in cui non si è mai stati?
Non sono un filosofo e nemmeno un Terra-nostalgico, visto che non ho mai vissuto sul Pianeta Madre, ma ora comprendo il legame esistente tra questo mondo e ogni essere umano, un cordone ombelicale che si snoda attraverso anni luce, stelle e pianeti. Forse l’ho sempre compreso. Altrimenti non mi sarei spinto fin qui con un equipaggio di storpi, reietti vagabondi cacciati dai loro mondi, in cerca di un posto nell’universo che vada bene anche per loro. O, meglio, a cui loro vadano bene. Noi.
Mi schiarisco la voce.
«Useremo l’Effetto-Fionda a Catena fino alla Terra. Tutto chiaro, Aquila?»
Tocca ancora la benda sull’occhio prima di impostare la nuova rotta.
«EFC pronto.»
«Piovra, preparati all’Accelerazione.»
La mano destra del motorista si chiude attorno alla barra di comando. La sinistra non l’ha mai avuta, ma il suo occhiolino conta come un pollice alzato.
«Accelerazione pronta.»
«Andiamo a casa, ragazzi.»
Piovra abbassa la barra e una momentanea sensazione di vuoto alla testa accompagna l’Accelerazione che ci fa schizzare ad anni luce di distanza, ai margini del Sistema Solare. Da lì in poi la velocità continua a subire brusche variazioni a causa dell’EFC di Aquila. Al vuoto in testa si aggiunge la nausea. Almeno so di non poter cadere. Essere costretto su una Sedia a Levitazione ha i suoi vantaggi.

«Siamo nell’atmosfera terrestre.»
La sirena d’allarme interrompe Aquila con un frastuono che ferisce le orecchie di tutti, tranne quelle già fuori uso di Usignolo.
«Rileviamo elevati livelli di radiazioni, capitano!»
Radiazioni.
Mi sposto con la Sedia fino a sbattere con le ginocchia contro il vetro anteriore. Il mio stomaco, che faceva capriole solo fino a poche ore fa, adesso trabocca di bile.
«Atterreremo ugualmente.»
Non discuto col resto dell’equipaggio della mia decisione. So che mi seguiranno, come hanno sempre fatto. E infatti tutti eseguono gli ordini.
«Ricerca di un luogo per l’atterraggio avviata.»
«Scanner Planetario in funzione.»
«Pilota manuale inserito.»
Il suono distorto che Usignolo emette quando vuole attirare l’attenzione interrompe la cascata di avvisi. Non perde tempo a comunicare col linguaggio dei segni e ricostruisce in 4D una zona della Terra che l’Enciclopedia Spaziale chiama Europa. Senza neanche darci il tempo di meravigliarci delle sterminate praterie e dell’azzurro dei mari, Usignolo semplifica l’immagine eliminando particolari e colori e riducendo l’Europa a uno scheletro di pixel. E finalmente li vedo: un’infinità di cunicoli che percorrono le viscere del continente.
Per me non fa alcuna differenza. Non sono fiumi e vallate a fare una casa.
Senza neanche accorgermene, muovo le mani per dare l’ordine a Usignolo.
«Cerca un’entrata. Sbarchiamo.»

C’è buio qui sotto. E l’umidità fa gemere ciò che resta delle mie gambe mutilate. L’odore però è buono: sa di terra e di muschio. E di antico. Sì, sa di antico, come se gli strati di storia che formano queste pareti naturali abbiano conservato traccia degli aromi delle varie epoche. Mi sembra addirittura di sentire l’odore del petrolio, anche se non ho idea di come possa essere, sempre ammesso che sia esistito davvero.
Accendo le luci della Sedia a Levitazione e, seguito dai miei compagni, avanzo nel corridoio d’ingresso della nostra nuova casa.
Ci muoviamo di appena un paio di metri e il pavimento si accende sotto di noi di un’intensa luce bianca, illuminando la volta di radici sopra le nostre teste e gettando su di essa le nostre ombre rovesciate. Alla fine della galleria, l’immagine di un uomo sfarfalla per un istante prima di stabilizzarsi.
Le mani di Usignolo si uniscono a formare un tondo che riproduce il simbolo universale dell’ologramma.
«Benvenuti sulla Terra, visitatori. Io sono Joshua. Se ricevete questo messaggio registrato, vuol dire che abbiamo già abbandonato il pianeta. La popolazione residua, che quando fummo costretti a lasciare la superficie si riunì nell’Undereuro, conta oggi mezzo miliardo di persone. Le condizioni attuali rendono disagevole la prosecuzione della vita sul pianeta, pertanto il Parlamento ha ordinato l’esodo verso la nostra più vicina e antica Colonia: Marte. È da lì che, mentre voi ascoltate, io starò cercando di stabilire un contatto, avvisato della vostra venuta dall’attivazione di questo ologramma. Vi prego quindi di attendere finché…»
Un fischio mette fine alla comunicazione, anche se le labbra dell’ologramma continuano a muoversi ancora.
Nessuno di noi dice una parola.
Si può chiamare casa un luogo in cui non si è mai stati?
Ironia della sorte: ora che sono arrivato sulla Terra, scopro che non potrò mai chiamarla casa.
«Mi sentite? Siete ancora lì?»
Una voce torna a riempire di vita i cunicoli sotterranei.
«Joshua?» domando.
L’immagine in fondo al tunnel è disturbata, sfarfalla e si scompone in continuazione. Quando infine l’ologramma torna stabile, a parlarci è un vecchio pelato con un bel paio di baffi grigi. Scuote la testa.
«Mi chiamo Emmanuel. Joshua era mio padre. Non credevo che qualcuno avrebbe mai azionato il suo Custode.»
«Custode di cosa? Di un mondo che non c’è più?» Non provo rabbia e neanche tristezza. Dentro ho solo vuoto. Il vuoto di chi non ha un posto in cui stare e neanche più uno da cercare.
«Cosa vi ha spinto sulla Terra?»
Scopro le carte. A cosa servirebbe bluffare?
«Contavamo di restare.»
Emmanuel allunga il collo come cercasse qualcosa a terra. Ci metto un po’ a capire che sta guardando la mia Sedia a Levitazione. Rapidamente, passa in rassegna anche le menomazioni dei miei compagni.
«Siete esuli» comprende infine.
Non c’è bisogno che io confermi la sua deduzione: questa Sedia, la benda sull’occhio di Aquila e la manica vuota di Piovra parlano per me.
Emmanuel sospira. «Siamo tornati ai tempi di Sparta, quindi? Proprio non riusciamo a imparare dagli errori del passato.»
«Cos’è Sparta?»
La mia ignoranza deve sembrargli divertente, perché finalmente il vecchio mi sorride.
«Volevate vivere sulla Terra e non conoscete la sua storia?»
Mi stringo nelle spalle. Non ha più molta importanza ora.
«Sarei felice di raccontarvela, se vorrete concedermi l’onore di ospitarvi.»
Si può chiamare casa un luogo in cui non si è mai stati?
Forse lo scoprirò quando metterò piede su Marte.
O forse la mia casa resterà per sempre una navicella che vaga nello spazio in cerca di qualcosa.

Il racconto che avete letto è opera di Ariendil ed è risultato il migliore tra quelli che hanno partecipato al Laboratorio di Gennaio 2014. Il tema da seguire era stato scelto da Kapello (vincitore del Lab di Dicembre 2013).

La traccia scelta da Kapello era: Incontro nel sottosuolo.

Il limite di lunghezza era di 8000 caratteri (spazi inclusi). Il racconto doveva contenere un incontro nel sottosuolo. Il genere era libero. Boa obbligatoria: Il protagonista doveva avere una disabilità o una dote straordinaria, o entrambe.

 

Pensi di riuscire a fare meglio?
Allora iscriviti e partecipa al prossimo Laboratorio!

Tutti i racconti di È scrivere - Community per scrittori vengono editati prima di essere inseriti sul blog.
Link all’editing:
Editing

8 thoughts on “Verso casa – Racconto vincitore del Lab di Gennaio 2014

  1. ciao @ariendil hai pensato di proseguire la storia? Sarebbe un peccato chiuderla così (mi ha anche appassionato!).
    Spero di leggere il seguito al più presto!

    1. Ciao Alessio,
      per il momento non ho scritto un seguito né penso di scriverlo a breve, ma non ti nascondo che in futuro mi piacerebbe riprendere in mano questa storia per scoprire che fine fanno tutti quanti!
      Grazie per la lettura

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