Cicale – Racconto vincitore del Lab di settembre 2013

Immagine by BloodOfAmaranth, Deviantart: http://bloodofamaranth.deviantart.com/

È difficile comprendere come possa un uomo arrivare al più basso gradino della scala sociale quando la vita gli ha regalato così tante occasioni e opportunità.
Eppure, proprio per la generosità dei doni che la stessa ha elargito, si pensa di poter osare al di là di ogni limite, certi che il lieto fine sarà lì ad aspettarci.
“Venghino siore siori, venghino a tentare la sorte! Sempre si vince, sempre si vince!” E invece no, in questo Gaetano si era sbagliato, la vita offre ma poi ti chiede il conto. Proprio così. In un battibaleno il suo conto corrente era improvvisamente scomparso. Quante cicale sui tavoli verdi a giocarsi il pane per l’inverno…
“Maledetto assenzio” pensò salendo sulla BMW barcollando vistosamente. Un modo come un altro per sentirsi meno in colpa era dare la responsabilità a qualche cosa al di fuori di sé, in quel caso al liquido che inizialmente lo aveva esaltato. Vinceva e beveva, vinceva e di nuovo accendeva quella fiammella verdognola che da sopra il bicchiere scioglieva la zolletta di zucchero facendo colare dolci goccioline dentro l’alcolico. Un piccolo laghetto verde tutto suo. Un limpido e brioso colore che da sempre aveva amato: negli occhi di sua madre che lo avevano accolto gioiosi in questo mondo, nei prati di campagna bagnati di rugiada che ospitavano le sue corse da bambino, nei bagni al fiume quando in apnea osservava i raggi del sole tingere quel mondo ovattato del colore degli elfi, e nei tramonti marini quando il cielo esaltava le gradazioni della speranza. Era il suo talismano, quella sera, e lui l’aveva seguito, fino in fondo, come tutti i giocatori.Ma la serpe si era girata. Come la fortuna. E la serpe era verde come il suo veleno e come il suo portafortuna. Ma di una tonalità diversa, quella del lato oscuro, quella dell’altra faccia della medaglia. Dello stesso colore erano gli occhi di suo padre. Non ci aveva badato, ma avevano fatto capolino nella sua mente, magnetici come quelli della serpe. Era ancora piccolo quando aveva impresso nel suo cuore un sentimento che non si addiceva affatto al cosiddetto amore filiale. Lo sentiva come se fosse adesso, suo padre, insegnargli le scaltrezze della vita matrimoniale: “La famiglia è sacra, bisogna difenderla con le unghie e coi denti. Se qualche scappatella l’uomo se la può permettere non dovrà mai farlo sapere alla moglie, figliolo. Ma alla famiglia non va fatto mai mancare nulla. Cerca di imparare queste basilari regole di vita.” E Gaetano aveva imparato. Molte donne si erano avvicendate sul letto matrimoniale di sua madre. Le aveva sentite sussurrare, gridare o semplicemente gemere. Si era censurato per non ferire, non si era ribellato. Divenne complice di quel capofamiglia che odiava per lo stesso motivo per cui taceva. “La famiglia è sacra” stava pensando adesso che non aveva più niente da offrire.

Rovesciò il capo sul lussuoso poggiatesta inspirando l’aria fredda della notte. Tutto era perduto, “come ho potuto?” frignò portandosi le mani sulle tempie che cominciavano a pulsare. Pianse. Pianse tutte le lacrime di coccodrillo di tutti i giocatori del mondo, tutte quelle lacrime inutili che domani, con un po’ di soldi in tasca, non li terrà lontani da quell’ipnotico panno verde. “Sei un perdente, un fallito” gli avrebbe detto sua moglie, sulla falsariga del rimprovero di suo padre che proveniva dall’oltretomba. Si portò le mani alle orecchie stringendole per non sentire. Si voltò colto da una nausea improvvisa. Tutto girava. Le luci della notte si aggrovigliavano nelle acque stagnanti delle sue lacrime. Aprì lo sportello e vomitò, una sostanza marcia come le alghe sulla battigia di una spiaggia, sul mare adriatico nel mese di agosto. Verde come al verde erano le sue tasche, e il suo cuore. Collassò stramazzando sul suo acido e puzzolente prodotto. Una risata perfida martellò il centro della sua mente nell’attimo antecedente il trapasso. Qualcuno era venuto a prenderlo e nei suoi occhi lesse una sentenza: “Dopotutto non sei stato migliore di me.

Il racconto che avete letto è opera di Diana-Blues ed è risultato il migliore tra quelli che hanno partecipato al laboratorio di scrittura di settembre 2013. Il tema da seguire era stato scelto da Silver (vincitrice dello scorso esercizio):  scegliere un colore (uno solo, tranne nel caso dell’arcobaleno in cui dovevano essere utilizzati tutti e sette i colori insieme) e fare in modo che questo colore si vedesse attraverso la storia, se ne udisse il suono, se ne percepisse il profumo. Insomma, il colore scelto doveva essere il vero protagonista della storia.

Limite massimo di caratteri: 6000 caratteri spazi inclusi.

Pensi di riuscire a fare meglio?
Allora iscriviti e partecipa al prossimo Laboratorio!

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