Intervista a I Sognatori

Come promesso sulla nostra pagina facebook, abbiamo organizzato un’intervista in più per questo mese e l’abbiamo inserita fra quella svolta lo scorso 3 maggio e quella programmata per il 20. Abbiamo ritenuto importante farla ora in quanto la casa editrice I Sognatori sta attraversando un mutamento importante: la trasformazione della casa editrice in una factory editoriale. La scelta di Aldo Moscatelli ci ha molto sorpresi e soprattutto ci ha incuriositi.

Cosa lo ha portato a intraprendere questa nuova strada? Come pensa di organizzare tutto? Cosa cambierà per gli scrittori che si rivolgeranno alla sua casa editrice? Avevamo mille domande, ne abbiamo scelta alcune, quelle che ci sono sembrate più importanti e le abbiamo rivolte direttamente a lui.

Aldo Moscatelli è stato molto gentile e disponibile anche quando gli abbiamo proposto una data a così breve termine. Lo ringraziamo per averci permesso di poter pubblicare qui, oggi, le sue risposte e gli auguriamo un buon lavoro!

A voi, cari amici, auguriamo invece una buona lettura. In più vi ricordiamo che potete scrivere le vostre domande qui sotto,  nei commenti. Noi di È scrivere le rigireremo al signor Moscatelli che vi risponderà.

E ora l’intervista.

1. La casa editrice I Sognatori sta subendo un mutamento che la trasformerà in quello che lei chiama una factory. Cosa l’ha portata a fare questa scelta?

A. Moscatelli: In primis la noia di dover svolgere un lavoro vincolato ai soliti schemi, ai soliti compiti, ai soliti obiettivi. Ero stufo di timbrare il cartellino, insomma. Volevo provare qualcosa di nuovo, coinvolgere gente nuova, fissare nuovi traguardi.

2. L’esito della “campagna di autofinanziamento” ha influito sulla scelta di trasformare la sua casa editrice, che seppur piccola comunque abbastanza nota, in una factory?

A. M.: La campagna di autofinanziamento ha illuminato la via (già tracciata da numerosissimi episodi). Quando nella presentazione della factory, sul blog, scrivo che uno dei miei errori è stato “attendere di imbattermi nelle persone giuste invece di andarle a cercare”, mi riferisco anche a quella iniziativa.

3. Come mai la scelta di prendere 100 autori subito piuttosto che selezionarne prima una trentina, cominciare a vedere se la cosa funziona e poi aprirsi a un numero maggiore di autori?

A. M.: Perché nella numerologia etrusca il numero 100 indicava…
Seriamente? Perché ritengo di poter gestire subito 100 autori. Mi sembra scontato.

4. Non è un azzardo, in un’era in cui internet e i forum vanno alla grande, scegliere di attuare una politica simile anche a livello professionale? In poche parole, cosa ha una factory di diverso rispetto a un forum in cui gli utenti possono confrontarsi, aiutarsi a vicenda e dare pareri sui testi altrui?

A. M.: Un editore che li pubblica, ad esempio.
Comunque faccio prima a dire cosa hanno in comune: niente. Lì ci sono degli aspiranti autori che si scambiano pareri sui reciproci manoscritti (il più delle volte inediti). Qui abbiamo degli scrittori che pubblicano libri e collaborano attivamente con l’editore, divenendo parte integrante della factory; gli scrittori verranno pubblicati a scadenze regolari, ma verranno chiamati pure a fornire idee, a lanciare proposte, a votare (nei referendum), a fungere da intermediari in occasioni mirate (penso alle presentazioni dei libri, sarà una gran cosa organizzare tour itineranti e poter contare ogni volta sulla collaborazione di uno o più iscritti). Ci sarà tanto da decidere e tantissimo da fare. L’idea dell’aiuto reciproco, in sostanza, nella factory assumerà tutt’altro senso – molto più pragmatico. Non è che ci limiteremo a leggere manoscritti.
L’editore, e i suoi collaboratori più stretti (dall’editor all’impaginatore, dal grafico al tipografo, fino al ragioniere che tiene i conti in ordine), sono figure professionali che un forum non ha, giacché un forum non ha una struttura e degli obiettivi che vadano al di là dello scambio di opinioni o del concorso interno. Nei forum la gente si confronta, poi però ogni scrittore deve rivolgersi a un editore per poter pubblicare ciò che ha scritto, e senza garanzia di successo. D’altronde, se i forum fossero utili su quel piano lì, le case editrici non sarebbero mica ingolfate di manoscritti (io ne ricevevo oltre duemila all’anno). Ci sarà un motivo se gli aspiranti autori non si accontentano di ottenere il parere di un semplice utente, no? Vogliono andare oltre, giustamente. Ma in un forum non possono, perché il forum si ferma allo scambio di opinioni, alla critica negativa o all’incoraggiamento affettuoso, oppure al consiglio circa la casa editrice migliore da contattare (“hai provato con… ?”). Nella factory lo scambio di opinioni verrà seguito da editing professionale, pubblicazione e promozione: non mi pare la stessa cosa.
Insomma, spero che la domanda avesse funzione puramente retorica… perché davvero non riesco a credere che gli obiettivi e le prospettive di un forum possano essere confusi con quelli di una factory – così come io l’ho immaginata e presentata.

5. In che modo una factory potrebbe ottenere risultati migliori di una casa editrice? A parte l’ovvia constatazione che il lavoro congiunto di diverse professionalità per un intento comune arricchisce i prodotti, ma a livello di pubblico, di mercato editoriale italiano, cambierebbe davvero qualcosa?

A. M.: L’ho detto chiaro e tondo: non farò promesse da campagna elettorale. Non voglio pormi sullo stesso piano di quegli imbonitori da strapazzo che, in tempi più o meno recenti, hanno preso per il culo centinaia di scrittori. Ho detto però che l’obiettivo principale della factory è superare i limiti (di vendita, di notorietà, di mera soddisfazione personale) raggiunti solitamente dalle case editrici tradizionali. Sì, mi piacerebbe molto vendere più libri, fornire più soldi e notorietà ai miei scrittori, fare in modo che siano soddisfatti non tanto della mera pubblicazione, quanto della factory in sé. Voglio che tra un annetto tutti gli iscritti possano dire diavolo, ho fatto bene a tentare! Va eliminato il travaglio della pubblicazione, quello che ha trasformato gli aspiranti scrittori in un una torma di gente sfiduciata, nauseata e/o incazzata. Va recuperato il gusto di scrivere, va gratificato lo sforzo di chi è già bravo e ha creato qualcosa di bello, da premiare subito, senza perdite di tempo. Va incoraggiato l’autore che è rimasto un passo indietro ma è pronto a farsi in quattro per recuperare terreno, con umiltà e spirito d’abnegazione.
Questi sono alcuni dei miei obiettivi, e sarà possibile raggiungerli operando in una struttura nuova, multiforme, del tutto diversa rispetto alla “semplice” casa editrice.
Ci riuscirò? Io ho la mia opinione. Chi mi segue da molto tempo, e ha maturato una certa idea del sottoscritto, pure. Chi si avvicina per la prima volta a “I Sognatori”, invece, valutasse il progetto obiettivamente, confrontandolo con il resto del panorama editoriale: se qualcuno ritiene che la factory non offra nulla di nuovo, nulla che lasci presupporre la possibilità di un cambiamento/miglioramento… che posso dire? Pazienza. Cercherò di confutarlo coi fatti – dopo aver chiuso la porta, ovviamente, perché il treno della factory passerà nel mese di maggio 2013… poi chissà.
Sono consapevole che molto dipenderà da me. Dal modo in cui saprò coinvolgere, motivare e soprattutto coordinare gli scrittori. Missione che non mi spaventa affatto. I modi in cui superare i limiti di una casa editrice ordinaria li stabilirò coi miei autori, la cosa che – penso – molti non hanno capito è che io ho una barca di idee e di progetti semi-avviati, però se prima non trovo i 100 scrittori e non li interpello… qui si rimane in attesa. Per ora, quindi, tengo al guinzaglio idee e progetti (che scalpitano). Al momento opportuno, un’idea alla volta, ci si muoverà assieme. D’altronde non ci corre dietro nessuno, sebbene sia consapevole che i detrattori mi aspettano al varco già adesso. Sarà un piacere averli di fronte, più in là.

6. Che succede se, col tempo, alcuni dei 100 si rivelano non all’altezza delle aspettative? Vengono “coperti” dagli altri, reindirizzati ad altri compiti o semplicemente accompagnati alla porta?

A. M.: Dipende da cosa si intende per “non all’altezza”. Sceglierò gli autori in base a una pre-selezione, se un tale dimostrerà di non saper tenere in mano la penna… non lo prenderò di sicuro. Ma essere all’altezza della/nella factory significherà pure mettersi al servizio dell’interesse generale, quando richiesto e quando possibile (gli scrittori hanno una vita, non pretendo miracoli). Chi dovesse mostrarsi pigro o vanaglorioso, più che accompagnato alla porta… verrà mandato via con un calcio nel sedere.
Al di là di tutto, un romanzo fiacco può capitare a chiunque. Questo non significa che l’autore verrà bollato in automatico come “non all’altezza”. La factory avrà anche funzione di “scuola di scrittura permanente” (è scritto nel Regolamento Generale), comunque, quindi gli autori in crisi d’ispirazione avranno sempre la possibilità di essere seguiti nel processo di crescita e perfezionamento.

7. Non c’è il rischio che il progetto diventi troppo autoreferenziale? Autori che si danno le pacche sulle spalle l’un l’altro e che vendono fra di loro i propri libri?

A. M.: Grazie per la fiducia…
No, davvero: e allora io che ci sto a fare? Non sto mettendo anima e corpo in questo progetto per poi tirare a campare. Mi chiedo inoltre: perché confondere l’immagine degli autori intenti a far quadrato con quella di chi se la canta e suona da solo? Ipotizziamo che, grazie all’impegno dei soli autori (escludiamo me), ogni libro venda mediamente più di quanto venderebbe con una casa editrice ordinaria. Ci sarebbe qualcosa di sbagliato? È un po’ come dire che, in una casa editrice tradizionale, l’autore che piazza da sé un buon numero di copie è patetico, o fa qualcosa di riprovevole.
Niente affatto. È chiaro che non ci si può fermare lì, sia in un caso che nell’altro. Diventa triste l’autore che piazza i propri libri, o quelli di un altro autore, mentre l’editore passa il suo tempo a grattarsi. Un editore serio non può basare il proprio operato su quello che fanno gli altri, o sulla remota ipotesi di imbattersi prima o poi nella gallina dalle uova d’oro (anche se – è noto – molti editori passano il tempo a cercarla). Ma di base, darsi da fare per agevolare altri autori (è il caso della factory) o il proprio editore (è il caso della casa editrice comune), non è biasimevole. Anzi.
Detto questo, ribadisco uno dei miei obiettivi: superare i limiti atavici della piccola editoria. E di sicuro non spero di superarli lasciando gli autori allo sbaraglio. In prima fila, davanti a tutti, nel bene e nel male ci sarò sempre io.

8. Le piccole case editrici spesso si lamentano della qualità dei manoscritti inviati dagli aspiranti scrittori e affermano che, per esempio, su cento manoscritti, magari solo uno sarebbe pubblicabile. Come pensa di riuscire a trovare quindi cento autori validi e quanto tempo crede che passerà prima di aver formato il gruppo con cui vorrebbe lavorare (nel suo blog si parla di giugno, non è a questo punto un po’ troppo ottimista)?

A. M.: Questa domanda me l’ha già posta un’altra persona, ma in privato. Rispondo alla stessa maniera: se alle prime difficoltà professionali mi fossi fermato a pensare “con tutti questi incapaci, troverò mai degli autori validi?”, avrei di sicuro:
1) evitato sette anni di valutazioni;
2) evitato di indire sei concorsi letterari;
3) evitato di investire 70.000 euro nell’attività;
4) evitato la gente;
5) chiuso la casa editrice dopo un mese.
Se spero di trovare qualcuno è proprio perché, in sette anni, ho già dato voce a dozzine di autori. Vedo il bicchiere mezzo pieno, insomma.
Quanto ai 98 da reclutare adesso, sto solo accelerando le cose. E in un’ottica slegata dall’editoria tradizionale. Poi ho già detto che non vado alla ricerca di scrittori perfetti (sempre che ne esistano), gente – cioè – in grado di passarmi ogni volta il libro perfetto (sempre che ne esistano). Ci sarà un percorso di crescita che riguarderà il singolo e il gruppo, nessuno di noi dovrà reputarsi infallibile. Se un testo non risulterà immediatamente valido, come detto, scatterà la funzione “scuola di scrittura”: grazie ai suggerimenti della factory, l’autore ci lavorerà su fino a renderlo valido, l’importante è non abbandonare qualcuno solo perché si trova in un periodo di scarsa vena creativa.
Veniamo alla tempistica. In merito alla lettura dei manoscritti, nel blog c’è scritto anche: “trattandosi di materiale non particolarmente corposo, dovrei riuscire a stilare l’elenco dei papabili quasi in presa diretta. Se dovesse occorrermi più tempo, avviserò tutti.”
Se sarò stato troppo ottimista, dunque, saprò dirlo a giugno.

9. I sognatori non pubblicano ebook. Con la nascita del nuovo progetto pensa di distribuire eventuali libri prodotti dal “gruppo dei cento” anche in formato digitale?

A. M.: Lo stabilirò assieme agli autori. Il concetto di “partecipazione attiva alla vita della factory” non è una balla, l’ho detto e lo ripeto.

10. Lei chiede una quota d’iscrizione, spendibile in libri, per chi intende partecipare alla factory. Non c’è il rischio di creare un gruppo che non si basa solo sulla qualità degli autori, ma sulla loro qualità E sulla loro disponibilità economica?

A. M.: No: non chiedo “una quota d’iscrizione spendibile in libri”. Chiedo di acquistare sette libri, punto. I motivi li ho chiariti in sede di presentazione, anche se qualcuno ha fatto orecchie da mercante lo stesso. D’altronde c’è sempre un buon motivo per snobbare i libri della piccola editoria, no?
Quanto alla seconda parte della domanda, e va bene che c’è la crisi… ma spacciare l’acquisto di una manciata di libri come indice di “disponibilità economica” fa quantomeno sorridere. Lo so che in Italia siamo abituati ad acquistare in media 2-3 volumi all’anno e che quindi, agli occhi di certa gente, io coi miei 7 volumi chiedo praticamente la luna, tuttavia ho messo in chiaro le caratteristiche dello scrittore-tipo da me cercato: non solo buon narratore, anche buon lettore, consapevole dell’importanza rivestita dalla piccola editoria e altruista sul piano umano. Chi si riconosce in questa descrizione, e crede nel progetto, non può tirarsi indietro davanti alla richiesta di acquistare qualche libro. Dei soldi in sé non me ne frega niente, a me interessa che chi entra mostri subito il giusto atteggiamento (rispetto?) nei riguardi degli autori già presenti in catalogo, i quali aiuteranno i nuovi arrivi e meritano – con ciò stesso – di essere supportati. Il fatto che siano stati pubblicati in passato non implica che debbano essere snobbati da chi si aggiungerà in seguito, per capirci.

11. La sua casa editrice esiste già da diversi anni e si è fatta un buon nome nel mondo della piccola editoria, quindi è riuscita là dove molte altre hanno fallito. Pensa di riuscire a portare avanti questo successo anche attraverso la factory?

A. M.: Grazie per averlo riconosciuto. È raro che qualcuno capisca quanto è stato difficile andare avanti in tutti questi anni mentre diversi colleghi, compresi quelli arrivati dopo di me, purtroppo chiudevano i battenti per sempre…
Io negli anni ho sbagliato diverse cose, senza farne mistero e addossandomi ogni volta tutte le responsabilità. Ciò nonostante, ho anche compiuto dei piccoli miracoli, altrimenti non sarei qui. Prima di avviare il progetto-factory, ho riflettuto a lungo su tutto ciò che ho fatto, visto e sentito nei miei sette anni da editore. Senza voler accampare scuse, quindi senza volermi concedere delle attenuanti, sono giunto alla conclusione che il mancato successo (e con “successo” intendo tutto ciò che si pone al di là della banale sopravvivenza) delle realtà più interessanti, originali e combattive del nostro sistema editoriale, dipende anche dal terreno sul quale ci si muove o ci si è mossi: quello della cultura italiana. Ragion per cui un editore (serio) che cerca di distinguersi rischia grosso, e quello (altrettanto serio) che si allinea deve accontentarsi delle briciole, vivacchiando tra alti e bassi. Il problema, per come la vedo io, sta proprio nel concetto di “editore”, e di riflesso nel concetto di “casa editrice”. In Germania, ad esempio, un piccolo editore può andare avanti a lungo (a volte un’intera vita) sia innovando che allineandosi, perché il suo mestiere viene visto in un certo modo… da gente che ragiona in un certo modo… e che premia gli sforzi in un certo modo e/o con una certa frequenza (da quelle parti leggono il doppio di noi). Insomma, se sei un normalissimo editore e ti impegni, i risultati – nelle varie proporzioni – arrivano. Magari dopo un po’ di tempo, però arrivano sul serio. Qui da noi il piccolo editore (e di riflesso lo scrittore poco conosciuto) viene visto in un altro modo, da gente che intende la cultura in un altro modo, e che nell’uso del proprio denaro e del proprio tempo… fissa le sue priorità in un altro modo. Ergo: un normalissimo editore ha scarsissime chance di veder premiati impegno e investimenti.
Se non ci sono le condizioni minime di sopravvivenza, le strade sono due:
1) attendere che la società civile italiana cambi (aspetta e spera), si accorga finalmente della piccola editoria e le vada addirittura incontro, oppure
2) slegarsi mentalmente e strutturalmente dalla piccola editoria tradizionale, creare un progetto nuovo e quindi presentarsi al pubblico in tutt’altra maniera.
Io ho optato per la seconda via. Se fossi sicuro di poter ricominciare da zero – come editore tradizionale – in un ambiente (un Paese?) che premia chi fa la cosa giusta, chi si impegna al massimo, chi investe nel talento, chi lavora pure nei week-end e si sbatte migliaia di chilometri per portare alla luce quei talenti… allora la factory non avrebbe senso. È proprio perché conosco l’ambiente (il mio Paese?), quindi, che oggi dico: “io cambio strada”.
Il buon nome e i saltuari successi non mi bastano più, perché il buon nome me l’hanno cucito addosso pure quegli ipocriti che si limitavano a dirmi “bravo” e a mollare una pacca sulla spalla, ma di acquistare un libro neanche a pensarci. E i successi sono stati a dir poco sproporzionati rispetto all’impegno. Dopo oltre sette anni di lavoro durissimo, posso voltare pagina senza patemi, ma soprattutto senza dover nulla a nessuno.
E sono felice così.

Ancora grazie al signor Moscatelli per la sua disponibilità.

Bene, e ora tocca voi! Sotto con le domande!

20 thoughts on “Intervista a I Sognatori

  1. Molto interessante. Un in bocca al lupo per il progetto.
    Leggendo l’intervista (e leggendola da lettrice, non ho mai inviato nulla dei miei pseudo scritti a una casa editrice) ho sentito molto il dente avvelenato sulle poche vendite. Ed è normale averlo, soprattutto per chi fa un lavoro di qualità, ma appunto da lettrice devo dire di aver ricevuto delle brutte sorprese dai libri della piccola editoria. Non dico che sia il caso dei sognatori, ma se il problema è della nostra società lo è da ambo le parti: forse perché i lettori sono pochi e quelli che ci sono snobbano le piccole ce, ma anche la diffusa incompetenza di diversi editori genera disinteresse.
    Da lettrice io sarei stata solo contenta di scoprire un’editoria più di nicchia, ma valida. Non ho molta disponibilità economica, ma con l’avvento degli ebook posso permettermi qualche acquisto invece di ricorrere solo alle biblioteche, e sarebbero proprio i testi meno famosi quelli a cui riserverei un acquisto, però… mi sono scottata.
    E mi è passata la voglia di cercare la perla in un mare di cose appena decenti, se non peggio. Ci sono piccoli editori di qualità, alcuni hanno pure chiuso, purtroppo. Segno che qualcosa nel sistema non funziona. Sicuramente i sognatori rientrano fra gli quelli che fanno un buon lavoro, sentendo i commenti di persone di cui mi fido (e lo testerò sperando che ci sia una svolta ebook ^^), ma ecco la colpa è anche delle case editrici stesse.
    Forse sembrerò polemica, in realtà parlo solo della mia esperienza di lettrice.
    Ma pur non cercando di entrare nel progetto della factory (non credo di essere la candidata ideale, fosse anche solo per una congenita pigrizia nella scrittura che so che non mi porterà mai da nessuna parte, oltre al poco valore attuale delle cose che scrivo ^^) seguirò il progetto da lettrice e voglio dare fiducia al vostro lavoro.
    In fondo una buona lettura è un piacere, non sarò di certo io a negarmelo 🙂

  2. Interessantissima intervista. Viene voglia di crederci in questo progetto. Spero che abbia successo perché potrebbe davvero cambiare i rapporti editori-scrittori-lettori.

  3. Davvero interessante l’intervista e soprattutto le risposte di Moscatelli. Non posso che augurare il meglio alla nuova factory. 🙂

  4. Ringrazio tutti coloro che hanno rivolto al sottoscritto complimenti e buoni auspici. Chiedo scusa per la stringatezza, ma – come potete ben immaginare – il lavoro è tanto.
    In questa sede vorrei rispondere più che altro a Nerina: la pessima qualità di tante pubblicazioni della piccola editoria – a pagamento e non – l’ho ribadita più volte (anche nel mio pamphlet), e penso che diversi colleghi non mi abbiano perdonato questo eccesso di franchezza (non sto qui a spiegare troppo). So quindi che i libri della piccola editoria non rappresentano una garanzia di qualità. Nondimeno occorre tenere in considerazione che questa storia del “ho letto alcuni libri di autori poco noti, erano mediocri e quindi ho lasciato perdere” non regge affatto. Sicuramente non sarà il tuo caso, ma troppa gente la usa come alibi. Io sono rimasto scottato con un mucchio di libri pubblicati da Mondadori o Feltrinelli o Newton o Bompiani o chi per loro. Come me, tantissimi lettori si sono imbattuti in libri della grande editoria che lasciavano quantomeno a desiderare. Ma chi di noi ha smesso di acquistare i volumi della grande editoria dopo quelle “scottature”? Quella di nicchia – per capirci – è sottoposta a uno stress atroce, deve sempre dimostrare qualcosa. Basti vedere in che modo vengono interpretati gli errori presenti nei volumi: “refusi” nella grande editoria, “errori dilettantistici” nella piccola. Insomma, alla grande casa editrice vengono perdonate “scottature” che possono risultare fatali per una piccola casa editrice.
    Non sempre e non per tutti, eh, però accade. E anche spesso.
    Aldo Moscatelli

    1. Mi scusi per il ritardo nella pubblicazione del commento.
      Le riporto la mia personale esperienza. Leggo una più che discreta quantità di autori esordienti. Ha ragione, Mondadori e Feltrinelli pubblicano un bel po’ di pessimi libri. Refusi se ne trovano. Ricordo di aver contato ben tre refusi in “Soffocare” di Palahniuk, un autore non certo sconosciuto.
      Tuttavia il problema di alcuni piccoli editori non è la mancata correzione delle bozze, quanto spesso la mancanza di editing. Mi è capitato di leggere testi impaginati male, con copertine copiate da immagini sotto copyright e graficamente orripilanti, con errori talmente clamorosi da far pensare che il testo sia stato stampato senza la minima revisione.
      Forse è vero che nei confronti della piccola editoria c’è più severità da parte del lettore. Ma chi legge piccola editoria credo che sia per lo più un lettore appassionato, non occasionale. Un po’ come l’amante della musica che trascura l’ultimo successo pop per andare a cercare un piccolo capolavoro tra gruppi che la massa neppure si fila.
      Ho detto lettore appassionato, perché convengo con lei sul fatto che esiste un numero non indifferente di scrittori esordienti che snobbano i piccoli editori, pur invadendo le loro caselle email di manoscritti.

  5. Io non intervengo sulla questione della qualità perché mi è capitato di leggere libri pubblicati da piccoli editori davvero curati e ben fatti, così come mi è capitato di leggerne di atroci.

    Intervengo piuttosto a dire la mia sulla questione ebook.
    Premettendo che sono una fan della carta stampata e che quando compro qualcosa investendoci dei soldi mi piace poterla conservare e riporre negli scaffali di casa, credo che gli ebook possano rappresentare comunque un’ottima opportunità per un autore emergente per farsi conoscere.
    È un modo per arrivare a casa dei lettori senza dover passare per forza dagli scaffali delle librerie (e spesso i libri della piccola editoria non ci arrivano neanche) e a un prezzo più ridotto. In molti ormai, per motivi economici o per mancanza di tempo, leggono gli ebook e anche io mi sono convertita ultimamente a questa pratica. Insomma, secondo me sarebbero lettori in più per voi se decideste di provare.

  6. Visionnaire: la sciatteria della quale parli è presente ovunque, grandi case editrici comprese e classici compresi. E non mi riferisco certo ai tre-refusi-tre di “Soffocare”. Se penso a cosa hanno combinato la Feltrinelli con Borges e la Bompiani con Steinbeck… Vogliamo poi parlare della Mondadori con Asimov? O delle opinabili impaginazioni della TEA? O della caterva di refusi della Newton? Non voglio nemmeno tirare in ballo il fattore qualità, altrimenti facciamo notte. La grande editoria è tale proprio perché può contare su grandi mezzi, però poi ci propina quella roba. Faccio presente che i libri di volta in volta biasimati dalla massa di lettori più o meno seri, quelli che scalano le classifiche e guadagnano/fanno guadagnare cifre astronomiche nonostante una pochezza qualitativa disarmante… vengono pubblicati dalla grande editoria, non dalla piccola. Anche loro fanno danni. Ma pochi ci fanno caso, come detto: alle case editrici storicizzate si perdona un po’ tutto, alle minori no. Noi piccoli dobbiamo superare uno scetticismo spaventoso, quasi sempre ci viene fornita una sola opportunità e se malauguratamente il lettore va a scegliere pure un libro datato (se lo scrittore migliora nel tempo, l’editore non è da meno)… allora addio, ce lo siamo giocati.

    Luna: che gli e-book costituiscano un buon modo per farsi conoscere, è innegabile. Che vendano di più, no: almeno qui in Italia. I dati sono sotto gli occhi di tutti, e allo stato attuale il mercato non consiglia di muoversi in quella direzione. La tua sensazione, insomma, non è suffragata dagli studi di settore. C’è inoltre la questione IVA che distingue il nostro Paese da altri. In Italia l’e-book non viene considerato un prodotto editoriale quando l’editore ha qualcosa da guadagnarci (l’IVA agevolata), ma viene considerato prodotto editoriale quando l’editore ha qualcosa da perderci (il codice ISBN deve essere applicato anche sugli e-book e non può essere il medesimo della versione cartacea).
    Insomma, la faccenda è molto più complessa di come appare o può apparire all’esterno.

    1. Che le grandi case editrici pubblichino porcherie mi pare un fatto assodato. Ma di critiche ne ricevono tantissime, almeno per quella che è la mia esperienza. Io penso che a certi livelli il libro diventi come il vino al supermercato: un prodotto da vendere. E come “prodotto” spesso non è la qualità a contare, ma il marketing che c’è dietro.
      E però se io il vino invece di comprarlo al super lo vado ad acquistare in un’enoteca mi aspetto che mi sia offerto un vino di qualità superiore, magari più particolare, ma che valga la pena di essere assaggiato.

      A creare la “fiducia” spesso è il marketing, non la qualità. E su questo non ci piove. Ecco perché, forse, le persone sono meno propense a giudicare il grande editore, ma sono severissime con le piccole CE. Ma io sono anche convinto che si tratti di due clienti diversi. Chi compra il vino al supermarket non compra quasi mai all’enologo, viceversa chi compra il vino all’enologo al super magari il vino lo compra, ma sa già di non doversi aspettare chissà che.

      So che il paragone non regge. Ma personalmente credo che il problema di base è che ci sono troppe enoteche, gestite da intenditori di vino improvvisati. E ci sono troppi produttori di vino, che pretendono di vedere il loro mosto pestato con le mani e pure un po’ acido negli scaffali dei supermercati.

      Quindi sono d’accordo con lei. C’è sciatteria. Sono le aspettative del “cliente” a essere forse diverse. 😉

  7. Io ripeto che parlo per me, quindi l’affermazione “ho trovato libri mediocri nella piccola editoria quindi mi è passata la voglia di leggerli” per me regge perché è stato il mio processo mentale. Anzi per carattere e convinzione le piccole imprese, le nicchie, ciò che è meno commerciale mi ispira più simpatia del colosso. Quindi pregiudizi non ne avevo. Ho passato l’adolescenza ad ascoltare gruppi musicali autoprodotti o prodotti da etichette indipendenti, trovando un tipo di musica che mi soddisfaceva.
    E non dico che le big siano esenti da difetti, ad esempio evito di comprare libri della Newton le cui traduzioni (me ne accorgo pure io) sono fatte male, addirittura con problemi nei tempi verbali. Non perdonerò mai all’Einaudi di non aver pubblicato il blog di Saramago. Così come sopporto poco la deriva ipercommerciale di altre ce, che sfornano titoli per cui basta leggere un’anteprima per farsi un’idea di piattezza, linguaggio standard, storia che rientra nei canoni di cosa “dovrebbe vendere”, che sia sulla scia delle cinquanta sfumature o dei libri ormonali in uno scenario urban fantasy.
    Però per me resta vero che le grandi ce hanno spesso autori migliori, o sul cui libro si è lavorato di più per renderlo gradevole. La qualità della prosa, lo sviluppo della trama, sarò accecata io dai pregiudizi ma statisticamente per quello che ho letto ho più probabilità di trovare un libro che mi soddisfa nei cataloghi delle big che delle piccole. Certo ci sono le eccezioni, io stessa ho conosciuto autori sconosciuti davvero bravi, ma ne ho conosciuti anche tanti mediocri, che prima o poi comunque hanno pubblicato. Magari autori che errori grammaticali non ne facevano, che bene o male una trama la imbastivano e creavano qualche personaggio, ma tutto molto sciapo. Mi sarei aspettata una piccola editoria che pubblicava magari opere un po’ folli, controverse, ma non la banalità che ho trovato.
    Sono pronta a ricredermi, eh. Se trovassi una piccola ce che pubblica storie che mi aggradano, che mi conquistano e mi spingono all’acquisto, non mi importa che sia sconosciuta. Sarei solo felice di trovarla.
    Ma appunto ragiono da lettrice. Se qualcuno vuole vendermi qualcosa deve convincermi ^^ se leggo un’anteprima e sbadiglio, non è che mi senta in dovere di sostenere la piccola editoria contro il monopolio delle big. Ripiego su qualche grande autore, ho comunque da leggere da qui ai prossimi quarantanni.
    Se una copertina o un sito internet mi respingono perché fatti a parer mio male, sono io che devo superare il mio pregiudizio? E perché? Per forse trovare una storia decente su dieci insipide? Vado in biblioteca e mi prendo gratuitamente un autore fidato. Un libro mi deve chiamare per farsi leggere, non è un mio dovere leggere, è un piacere lo faccio spinta da quelli che per me sono stimoli che funzionano.
    Magari sono l’unica a ragionare in questo modo, a generalizzare si sbaglia sempre, le classifiche delle vendite infatti non mi descrivono, ma nel mercato editoriale faccio le mie scelte.
    Al momento ad esempio leggo ebook, prediligo ce che ne pubblicano, che applicano un prezzo onesto, qualsiasi cosa dicano gli studi di settore. Da qualche anno leggo un cartaceo ogni venti ebook. Non farò statistica, ma faccio le mie scelte.
    Non glorifico le big, ma sul totale delle piccole ce, trovo che siano troppe poche quelle che fanno un buon lavoro. Di certo però se qualcuna lo fa, e ne vengo a conoscenza, la consiglierò e ne parlerò come faccio con tutti i libri che apprezzo davvero.
    La discussione è comunque interessante e ripeto che non ho mai letto nulla dei sognatori, vittima a questo punto del mio pregiudizio sulla piccola editoria. Adesso ho la curiosità di farlo. Certo ci fossero gli ebook lo farei oggi stesso ^^
    E ultima cosa, a una prima vista il sito è gradevole è curato, così come le copertine. Piccole cose superficiali ma che come stimolo fanno la loro parte. E ho visto cose in giro…

  8. Per quanto riguarda il mio parere sulla questione ebook: non sto qui a sindacare i dati statistici che ha in mano un editore, che di esperienza nel settore ne ha sicuramente più di me, ma parlo da lettrice. Da lettrice forte che compra e legge almeno 4-5 libri al mese. E proprio da lettrice dico la mia sulla faccenda del digitale. Se non ci fossero gli ebook, probabilmente leggerei molto meno. Non è infatti una novità che ultimamente c’è la crisi e i soldi scarseggiano. Sto dicendo cose scontate, me ne rendo conto, ma è la verità. E se non potessi comprare ebook a prezzo ridotto, beh la mia libreria personale (virtuale o cartacea che sia) sarebbe notevolmente più ridotta.
    Dunque, forse non faccio testo e di certo non sto dicendo che la questione ebook sia semplice o che le vendite digitali debbano superare in numero quelle cartaceo, sto dicendo piuttosto che gli ebook sono una possibilità in più (non un cartaceo in meno che viene sostituito dall’ebook, ma un ebook in più venduto).
    Cioè, molti libri che ho acquistato in formato ebook non li avrei mai comprati in cartaceo perché il prezzo sarebbe stato molto più elevato e, magari, non mi sarebbe andato di investire tutti quei soldi su un autore sconosciuto. Invece l’ebook è più pratico, costa meno quindi ci si separa da quei soldi più volentieri al pensiero che “tanto se non mi piace, l’ho pagato poco.” E quello che voglio dire a voi è che sicuramente come me ce ne sono molti altri che ragionano allo stesso modo e che l’ebook di un esordiente lo comprerebbero volentieri, mentre magari il cartaceo no ( a meno di conoscere già l’autore).

  9. Mi viene da pensare che per quelli che diventerannoi grandi scrittori quello nelle piccole case editrici sia un passaggio, una breve sosta, o meglio una scalata verso le big, nelle quali troveranno poi la conferma. Forse è per questo che Nerina parlava di perla nel mare. Nelle piccole ce è possibile trovare buoni libri, anche ottimi, ma chiedo a chi vorrà rispondermi: ci sono grandi scrittori che decidono di restare in una piccola casa editrice?

    1. Ovviamente no. Ma è normale che sia così. Il piccolo editore non può garantirti la distribuzione, la promozione e le risorse di una big. Non per colpa sua, è una questione di rapporti di forza e di mercato.

  10. Cari ragazzi, nonostante gli impegni sempre più pressanti (ecco spiegato il motivo della latitanza), mi permetto di tornare per un attimo sulle questioni sollevate (nell’ordine) da:
    – Visionnaire: ovviamente non volevo contrapporre in modo manicheo le due tipologie di editoria, semmai sottolineare uno squilibrio nelle reazioni dei lettori che (rimango convinto) non ha ragion d’essere. Ti dirò di più: per quella che è la mia esperienza, pubblicare grandi libri piuttosto che libri mediocri, o viceversa… non è così fondamentale, nella piccola editoria. Nel senso che si chiude bottega ugualmente. Qui però entriamo in un discorso – amarissimo – assai complesso, e sul quale ho già detto abbastanza nel mio PDF sull’editoria;
    – Nerina e Luna: ho ben compreso il vostro punto di vista e posso assicurarvi che, soprattutto in questa fase, tengo in enorme considerazione i consigli di tutti. Non a caso… superata la fase di reclutamento, la factory si rivolgerà esclusivamente ai lettori. Per tale motivo, il mio ruolo mi impone di andare al di là del singolo parere per conferire maggior peso al consuntivo, quindi alla voce della pluralità. Non so dirvi se – per citare Nerina – con la factory pubblicherò “opere un po’ folli e non banali” (ritengo di averlo fatto per sette anni, comunque), o se – per citare Luna – con la factory mi getterò sugli e-book (ma sta per arrivare l’IVA al 22%, fattore che renderà meno stimolante – una volta di più – gli investimenti nell’editoria digitale). So unicamente di voler creare una forma di editoria nuova, e in grado di ottenere risultati migliori rispetto a quella tradizionale (in riferimento alla piccola editoria, chiaramente… almeno all’inizio). Se ci riuscirò o meno, lo dirà il tempo. Di sicuro non andrò da nessuna parte senza l’appoggio dei lettori;
    – Ariendil: dipende da cosa intendi per “grande scrittore”. I grandi scrittori della piccola editoria non li conosce quasi nessuno, perché la fetta di pubblico che segue la piccola editoria è risibile. La questione viene aggravata (ne faceva cenno Visionnaire) dal fatto che, a fronte di un pubblico a dir poco risicato, l’offerta è spaventosamente alta: migliaia di piccoli editori con cataloghi sempre più ampi. Mi è stato detto che nel mio catalogo ci sono almeno tre o quattro grandi scrittori, o col potenziale del grande scrittore, quindi (a sentire i lettori) non è vero che si diventa davvero bravi solo passando a un livello più alto.
    So di autori letteralmente fuggiti dalla grande editoria, inoltre: dopo aver conosciuto i limiti ma anche la genuinità della piccola editoria, si sono ritrovati in un ambiente nel quale – ultima ruota del carro – venivano trattati come dei pivelli. Proprio per questo hanno compiuto un passo indietro. Ma di corsa, eh.
    Infine, questione personale: un paio dei miei scrittori proviene (o continua ad averci a che fare) dalla media/grande editoria. Ciò nonostante, mi sembrano contenti dell’avventura intrapresa in compagnia del sottoscritto.

      1. Sì, sarebbe davvero magnifico e soprattutto interessante vedere come la factory prenderà forma e peso/importanza nel mondo dell’editoria 🙂

  11. Sono davvero curiosa di leggere la prossima intervista, allora. Ancora in bocca al lupo per la factory. Credo che la vostra sia un’ottima CE.

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